Tra
i molteplici personaggi rappresentativi del XX secolo, Einstein e Padre Pio
hanno svolto un ruolo del tutto particolare, anche se espresso negli ambiti
diversi della scienza umana e della sapienza divina. Non sarebbe nemmeno
possibile un raffronto fra essi, vista la disparità delle categorie in gioco. La
scienza moderna infatti non serve ad acquisire il lumen gloriae, «che è
un’emanazione della potenza di Dio» (Sap 7, 25) e che pertanto costituisce un
dono gratuito della grazia divina.
È
molto probabile, senza offesa per il Santo, che Padre Pio ignorasse del tutto
la teoria di Einstein sullo spazio-tempo e le “delizie” relative al tensore di Riemann-Christoffel.
Eppure, egli era in grado di svolazzare a piacere nel “cronotopo” di
Minkowski, faticosamente indagato da Einstein, pur restando rinchiuso nella sua
cella in Monte Rotondo. Egli stesso confidò: «La notte vado sempre girando. Non
c’è bisogno dell’obbedienza dei superiori» (in G. Martinetti, Le prove
dell’aldilà, Rizzoli, Milano 1990, p. 121), alludendo alle sue esperienze
sulla bilocazione.
I
viaggi di padre Pio erano istantanei, non avevano durata e gli consentivano di
trovarsi “contemporaneamente” in luoghi molti distanti, violando il secondo
principio della relatività. Il Santo si presentava con un corpo del tutto
simile a quello rimasto nel convento del Gargano. Conversava, pregava, o
assisteva silenziosamente l’interlocutore, manifestando talora la sua “visita”
con il famoso effluvio di profumo. Libri e libri di testimonianze raccolte in
proposito.
Benché
attestati da molti Santi venerati dalla Chiesa, la scienza nutre una sorta di
timore per i fenomeni mistici che la contraddicono palesemente. Li stigmatizza,
relegandoli direttamente nell’ambito della superstizione, senza indagarli per
timore di essere smentita. Tutti i Santi dotati di doni ascetici dimostrano
invece la realtà effettiva del fenomeno della bilocazione. Avvenimento che
non consiste nel vedere qualcosa a distanza come nell’evanescenza di un sogno o
come un film proiettato su uno schermo lontano. Ma nell’immergersi
concretamente nelle coordinate reali del luogo visitato, ben sapendo che il
corpo materiale è rimasto altrove.
Sono
molteplici i Santi e Beati che hanno sperimentato già in vita la realtà di quel
«corpo celeste» nel quale, in virtù del potere redentivo di Cristo «tutti
saremo trasformati» (1 Cor 15, 49-51). Secondo san Tommaso, questo nuovo
corpo non si corrompe, non invecchia, non soffre. È agile e può spostarsi nello
spazio in moto rapidissimo. È dotato di sensi superiori. È luminoso, leggero e
sottile, del tutto soggetto alla volontà. È in grado di attraversare la materia
solida. Può apparire e scomparire a piacimento. Conserva per sempre l’età di
circa trent’anni, non è soggetto a bisogni fisici di alcun tipo, né tantomeno
ad appetiti o istinti di vario genere (cfr. S. Th. Suppl. 82, 1, 6 e
sgg).
I mistici
che hanno sondato misteriosamente la realtà divina, più che da una grande
cultura o genialità intellettuale, sono accomunati da una fondamentale
caratteristica evangelica: la semplicità di cuore, molto cara a Gesù. Che
infatti esclamò: «Ti benedico o Padre, Signore del cielo e della terra, perché
hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli …» (Mt
11, 25). E sulla stessa linea san Paolo aggiunse che: «Dio ha scelto ciò che
nel mondo è stolto per confondere i sapienti … perché nessun uomo possa
gloriarsi davanti a Dio» (1 Cor 1, 27-29).
Per
questa predilezione divina, e non per le loro doti intellettuali, padre Pio,
don Bosco e molti altri sono stati in grado di superare le più inflessibili
leggi della natura, pur senza conoscerle, sperimentando che davvero: «La
sapienza è il più agile di tutti i moti; per la sua purezza si diffonde e
penetra in ogni cosa» (Sap 7, 24). D’altra parte, all’ignoranza dei Beati
circa la scienza moderna, corrisponde quella degli scienziati riguardo alla
religione cattolica e alla realtà trascendente. Sant’Agostino già ai suoi tempi
annotava in proposito che: «Le divine Scritture insegnano a evitare e irridere
non tutti i filosofi, ma i filosofi di questo mondo. C’è infatti un altro
mondo, lontanissimo da questi occhi, che l’intelletto di pochi sani riesce a
vedere, come afferma lo stesso Cristo, che non dice: Il mio Regno non è del
mondo, ma: Il mio Regno non è di questo mondo» (De ordine, 11, 32).
Sta
di fatto che il grande Einstein non riuscì a percepire minimamente la presenza
di questa dimensione eterna e perfetta, semplicemente perché non credeva che la
fede cristiana possa arricchire enormemente la ragione, senza mortificarla.
Questa sua chiusura verso la trascendenza ha reso la sua dottrina scientifica
un riflesso del suo panteismo cosmico all’interno del quale egli restò relegato.
E nel quale relegò e relega ancora i suoi epigoni di ogni livello.
Egli
non entrò in “contatto” con la dimensione divina e con il Dio, Uno e Trino, nel
quale ribadì più volte di non credere. Ebbe forse altri tipi di “contatti”.
Upton Sinclair riferisce infatti che Einstein partecipò ad una seduta
spiritica, durante la quale riuscì in assenza del medium a far
sollevare un tavolino, dimostrando così di possedere le facoltà tipiche dei medium (L.
Talamonti, Universo proibito, Mondadori, Milano 1971, p. 285).
Sembra
proprio allora che, più delle equazioni e del raffinato calcolo tensoriale
utilizzato da Einstein, siano necessarie ed efficaci per penetrare i segreti
della natura le tradizionali pratiche di pietà (santa Messa, Sacramenti,
Rosario), tanto raccomandate dalla Chiesa e da tutti gli Eletti, ma del tutto
estranee ai protocolli della scienza induttiva.
Galilei,
citando il cardinal Baronio, affermò che la Sacra Scrittura, ispirata dallo
Spirito Santo, servirebbe unicamente per farci andare in cielo, ma non per
dirci come va il cielo. Di riflesso, la scienza umana che ci direbbe come va il
cielo, non serve tuttavia per farci entrare. E quindi è del tutto inutile per
la salvezza delle anime.